Terzo settore · Cultura e comunità · 2026

Extopia APS

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Extopia APS
Extopia APS

Sito bilingue per un'associazione di promozione sociale di Caltagirone: una pagina sola che racconta processi partecipativi partendo da quello che si fa davvero, non dai principi.

La prima presenza digitale di un’associazione che non ne aveva mai avuta

Extopia APS è un’associazione di promozione sociale di Caltagirone. Il nome tiene insieme il latino ex, fuori, e il greco tópos, luogo: lo spazio possibile in cui avviene il cambiamento, dove le persone e le cose sono in movimento da un luogo o da uno stato all’altro. Attiva processi partecipativi e li porta avanti insieme a chi li vive, con residenze internazionali e volontariato, laboratori, talk e symposium, performance dal vivo.

Fino a questo progetto non aveva un sito. Non uno vecchio da rifare: nessuno. È una condizione che cambia il lavoro, perché non c’è niente da salvare e niente da cui ripartire, e ogni scelta fatta all’inizio resta addosso all’associazione per anni.

Il problema: raccontare processi, non prodotti

I siti del terzo settore cadono quasi sempre nello stesso punto. Parlano per astrazioni, perché l’attività è per sua natura relazionale e in divenire, e il risultato è una pagina che dice cose giuste in modo così generico da non dire niente. Partecipazione, territorio, inclusione, rete: parole vere che, messe in fila, non lasciano nessuna immagine in testa.

La scelta editoriale è stata l’opposta: partire sempre da quello che si fa davvero. Non “favoriamo l’autofinanziamento” ma una cena sociale. Non “promuoviamo lo scambio di pratiche” ma una masterclass, un living lab, un programma di scambio. Ogni voce dell’elenco porta accanto, in piccolo, le sue parole concrete. Le pratiche prima dei principi, che restano ma arrivano dopo, quando chi legge ha già capito di cosa si parla.

Le parole che cadono

C’è però un problema pratico: un’associazione quelle parole astratte le usa davvero, e servono. Co-progettazione, multidisciplinarità, process-based, impatto: sono il vocabolario con cui si scrive un bando e si parla con le istituzioni, e toglierle sarebbe stato falsare l’identità del committente.

La soluzione è stata smettere di trattarle come frasi e trattarle come oggetti. All’ingresso della sezione su chi è Extopia, quelle parole entrano in scena come etichette colorate che cadono dall’alto e si accatastano una sull’altra, storte, sovrapposte, in un mucchio che si compone mentre scorri. Restano dichiarate, ma diventano un’immagine invece che un paragrafo.

È il punto in cui il movimento fa un lavoro che il testo non sa fare. Una lista di sette termini astratti si salta; sette pillole che cadono si guardano, e nel guardarle si legge quello che c’è scritto sopra.

Una pagina sola, sette passaggi

Il sito è una pagina unica, percorsa dall’alto verso il basso in un ordine che è una conversazione: perché esistiamo, chi siamo, come attiviamo le comunità, quali progetti sono già in piedi, cosa sta succedendo adesso, come starci vicino, come scriverci.

La scelta non è estetica. Un’associazione ha un pubblico che arriva da canali diversi, quasi sempre dai social e da telefono, con un’attenzione breve e nessuna voglia di navigare un menu: il pubblico primario qui sono gli under 35 della zona. Distribuire quei contenuti su sette pagine avrebbe significato che quasi nessuno sarebbe arrivato oltre la prima. Il sito è disponibile in italiano e in inglese.

Un brand dipinto a mano, e come lo si difende

Il marchio arrivava dall’associazione, ed era già la parte difficile risolta. La “O” del logo non è un cerchio: è un enso, il cerchio della tradizione zen tracciato in un solo gesto, imperfetto e volutamente aperto. Significa ciclo e trasformazione, ed è esattamente il concetto che sta nel nome.

Quel simbolo detta una regola che vale per tutto il sito: se il marchio è dipinto a mano, l’interfaccia non può essere geometrica e lucida. Niente gradienti brillanti, niente superfici di vetro, niente griglie di card tutte uguali con icona, titolo e testo. Le sezioni non si separano con righe dritte ma con pennellate a bordo irregolare, e i colori vengono dal pigmento del logo: un bordeaux profondo per i fondi, un giallo caldo, un verde acqua, su carta rosata e inchiostro nero-caldo.

Vale la pena dirlo perché è il rischio del momento: gran parte dei siti fatti in fretta oggi si somigliano tutti, con lo stesso fondo color sabbia e le stesse card arrotondate. Difendersi da quell’estetica non è una questione di gusto, è ciò che distingue il sito di questa associazione dal sito di chiunque altro.

I cerchi che cambiano stato

Nella parte alta della pagina ci sono alcuni cerchi tracciati, che sembrano decorazione e non lo sono. Ognuno cambia stato in continuazione, dimensione e colore, in un ciclo lento che non si ferma mai: è la trasformazione di una condizione, che è il significato del nome dell’associazione, resa senza scriverlo.

È l’unico momento di movimento importante della pagina, ed è una scelta: un gesto orchestrato vale più di venti micro-animazioni sparse. Il resto dello scorrimento accompagna e basta. Chi ha attivato la riduzione del movimento nel sistema vede tutto già al suo posto, senza animazioni, che è una cosa da fare sempre e che quasi nessuno fa.

I due progetti che camminano da soli

Dentro Extopia vivono due iniziative con una loro identità e un loro indirizzo. Spazio Poi è il centro civico, con coworking, eventi e comunità, nato dal recupero di un edificio del paese. Contempo è una banca del tempo: si scambiano tempo e servizi con la comunità, in un’economia che si regge sulle relazioni invece che sul denaro.

Nel sito occupano una sezione propria e rimandano ai rispettivi progetti. È una scelta di architettura prima che di design: l’associazione ospita, non assorbe.

Semina: il gioco che non doveva esserci

A un indirizzo che non compare in nessun menu, /cipolla/, c’è un piccolo gioco. Si chiama Semina: un annaffiatoio oscilla in alto sotto un sole disegnato, tu fai cadere una goccia e devi centrare la pianta, che a ogni centro cresce di uno stadio. Hai trenta secondi e dieci gocce; completare un ciclo ne regala altre dieci e cinque secondi, e più la pianta cresce più l’annaffiatoio accelera, finché mirare diventa difficile.

Non serve a niente, ed è esattamente il punto. Un easter egg è la parte di un sito che nessuno chiede e nessuno misura, e proprio per questo è la più onesta: dice che chi l’ha fatto ci si è divertito. Su un sito che parla di comunità, un gioco che si scopre per caso e si passa a qualcuno dicendo “prova questo” fa un lavoro che nessuna sezione istituzionale può fare.

La meccanica, poi, dice la stessa cosa del progetto: si semina, si aspetta, ogni goccia a segno fa crescere un pezzo, e più cresce più diventa difficile tenerne il ritmo.

Cosa portiamo in progetti come questo

Con il terzo settore il rischio non è fare un sito brutto, è farne uno che parla la lingua dei bandi invece di quella delle persone. Succede quasi sempre in buona fede: si mette per iscritto quello che si scrive nei documenti, e il risultato è corretto e illeggibile.

Il lavoro utile è quasi tutto prima del design: capire cosa fa davvero l’associazione, tradurlo in esempi concreti, decidere cosa non fare e dirlo subito, e mettere in ordine le cose in modo che chi arriva capisca, in un colpo d’occhio, se quel posto lo riguarda. Poi, se avanza spazio, ci si mette dentro anche qualcosa che serve solo a far sorridere.

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